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GENTE VENETA | Opinioni | Archivio

Venerdi, 3 Marzo 2017

Allungare o accorciare la vita? Prima diamole senso


L’

angoscioso caso di Dj Fabo, così come quelli precedenti di Eluana Englaro e di Piergiorgio Welby, ci ha posto, ancora una volta, di fronte ai limiti della scienza medica. Quella stessa medicina che è stata capace di debellare malattie terribili, in casi come questi deve riconoscere la propria impotenza. Ci sono infatti patologie oncologiche, infettive (l’Aids, per esempio), respiratorie, cardiovascolari, muscolo-scheletriche, neurodegenerative, genetiche, ecc., che non sono guaribili. La Sla, di cui soffriva Welby, era una tra queste. E lo stesso vale per lo stato vegetativo da cui era afflitta Eluana Englaro e per la tetraplegia accompagnata da cecità di cui soffriva Dj Fabo.
Una cosa, però, la medicina è in grado di fare, in questi casi: prolungare la vita in condizione di malattia, molto più di quanto fosse possibile in passato. Un malato cronico inguaribile oggi vive molto più a lungo, perché ci sono i respiratori automatici in grado di farlo respirare, le tecniche di nutrizione assistita in grado di nutrirlo, ecc.



Di qui nasce il grande paradosso di fronte a cui si trova l’uomo contemporaneo. L’apparente vittoria della medicina nei confronti della malattia, si è trasformata in una sconfitta. La medicina allunga la vita in condizione di malattia e, quindi, la malattia è più presente, perché si è malati per un tempo più lungo.

L’aumento dell’aspettativa di vita e il grande numero di anziani, che solitamente soffrono maggiormente di varie malattie, contribuisce ulteriormente alla crescita della presenza della malattia nella nostra società.

Tuttavia, se l’uomo contemporaneo è in grado di vivere più a lungo in condizione di malattia, egli non ha più, a differenza di quanto accadeva in passato, le risorse religiose, simboliche e culturali per dare senso alla condizione di malattia. La malattia e il dolore, in una società secolarizzata, basata su di una razionalità di tipo scientifico, più che sulla razionalità filosofica o sulla sapienza religiosa, diventano l’assurdo, il non senso assoluto, da eliminare in qualunque modo possibile.

Eppure, a pensarci bene, il problema non è tanto quello del dolore e della malattia, ma quello del senso che siamo capaci di attribuire ad essi. Nietzsche diceva infatti che “chi ha un perché può sopportare quasi ogni come”.

La questione, in altri termini, è quella della sofferenza, che è qualcosa di diverso dal dolore. Il dolore ci colpisce dall’esterno, lo subiamo passivamente. La sofferenza è invece qualcosa di più complesso, che comprende le risonanze emotive del dolore, il senso che siamo capaci di attribuirgli. Sofferenza deriva da sub-fero, cioè “porto sulle mie spalle”; ma se sono io a portare sulle spalle, non sono più passivo, ma attivo. Per questo un dolore può essere uguale, ma la sofferenza che genera è sempre diversa.

Infine, un’importante precisazione. La prospettiva cristiana non è una prospettiva vitalistica, basata sulla sacralizzazione della pura vita biologica. Il cristiano non è uno che cerca a tutti i costi di vivere la vita più lunga possibile, avvalendosi di tutti gli strumenti tecnici disponibili.

In questo senso non solo l’eutanasia, ma anche l’accanimento terapeutico risulta lontano dalla logica cristiana. Sembrano degli opposti, ma in realtà sono due facce della stessa medaglia. Prolungare il più possibile, oppure abbreviare a piacimento, sono due modalità opposte e complementari di un’identica pretesa di dominio sulla vita e sulla morte, del tutto coerente con la logica del nostro tempo.

Fabrizio Turoldo
Filosofo, docente a Ca’ Foscari,
Gruppo Docenti della Pastorale universitaria del Patriarcato


Tratto da GENTE VENETA, n.9/2017

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