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GENTE VENETA | Venezia e isole | Archivio

Venerdi, 24 Febbraio 2017

Il Cerchio: in 20 anni un lavoro per 1600 detenuti


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n minimo di 50 persone tornate alla retta via. E 68 di nuovo al lavoro per cercarla. È il vanto della cooperativa Il Cerchio, al suo primo ventennio d’attività.
L’associazione veneziana, che si occupa del reinserimento sociale di detenuti ed ex carcerati, promuove la cultura del lavoro come tassello fondamentale per la reintegrazione nella società.



E i numeri le danno ragione: «Da noi sono transitati 1600 lavoratori. Dei quali il 50% all’interno di pene alternative di vario tipo» spiega il fondatore Gianni Trevisan. «Oggi, con noi, di lavoratori di vecchia data ce ne sono ancora 18. Poi abbiamo 140 soci lavoratori, dei quali 68 rinchiusi nei distretti carcerari di vario tipo. Di questi 68, 20 sono lavoratrici», impiegate in una lavanderia (la prima lavanderia industriale del centro storico veneziano) e una sartoria, appositamente inventate dalla cooperativa per attivare le detenute all’interno del carcere femminile veneziano.

Tutto cominciò quando un caro amico del fondatore, coinvolto in un grave caso di cronaca, finì in carcere: «Come un fratello» ne parla il presidente Trevisan. «Allora ero segretario dei portuali della Cgil. Con altri 2 amici ricordo che andavamo in carcere a trovarlo costantemente. È lì che è nata l’idea della cooperativa».

È il 1997, e nessuno di loro immagina quanta strada avrebbe percorso questa loro intuizione. Ma in vent’anni d’esperienza, per Gianni e i compagni d’avventura non è stato tutto rosa e fiori: «Storie belle, come i lavoratori che negli anni hanno imparato a fare tutto: da guidare un motoscafo, a riparare, a saldare. Ma anche tante delusioni». Prima regola: «Mai affezionarsi. Mai fare preferenze. Quando ti affezioni, hai un rapporto privilegiato e dai maggiori attenzioni, è la volta che sei deluso. Ma aldilà di questo, sono fiero del lavoro che abbiamo fatto».

Una fierezza che vuole espandersi seriamente nel mercato: «Dobbiamo essere più impresa e meno comunità di volontari. Ad oggi abbiamo preso qualche commessa in più e persa qualche altra, ma i rapporti principali sono rimasti. Per rimanere sul mercato la cooperativa deve aggiornarsi e riqualificarsi, altrimenti si spegne: uffici più attrezzati e più gare pubbliche possibili». È l’idea del presidente Trevisan per «fare quel salto di qualità e rimanere sul mercato, a partire da un ufficio gare e uno preventivi».

Ma per farlo «chiediamo che venga garantita la presenza delle cooperative sociali locali all’interno dei bandi delle gare pubbliche, perché la società assicuri davvero il lavoro ai più svantaggiati», questo è l’appello di Trevisan ai governanti. «Non sono più sufficienti le leggi che hanno permesso a Il Cerchio di emergere (la legge Gozzoni che valorizza l’aspetto rieducativo della carcerazione, la legge 381 del 1991 che disciplina gli incarichi delle cooperative sociali, e la legge Smuraglia che favorisce l’attività lavorativa dei detenuti).
Bisogna dare la possibilità alle cooperative sociali di essere competitive».

Uno sguardo dritto al futuro, minato solo da qualche preoccupazione sullo scenario politico internazionale: «Sta soffiando un nuovo vento di destra che vuole punire la diversità» conclude il fondatore Gianni. «Il mio timore è che la solidarietà diventi cosa sempre più lontana».
Si parla anche di questo venerdì 24 febbraio, nel corso del convegno che celebra il ventennio della cooperativa, all’interno degli impianti sportivi di Sacca San Biagio (Sacca Fisola). Tra i tanti interventi attesi, anche quello del filosofo Massimo Cacciari.

Giulia Busetto


Tratto da GENTE VENETA, n.8/2017

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