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GENTE VENETA | Primo Piano | Archivio

Venerdi, 24 Febbraio 2017

Crisi scolastiche, abbandono, devianza: come evitarli e ripartire


I

l modo migliore perché la scuola diventi importante? Non darle un'importanza assoluta. Il modo migliore perché un insuccesso scolastico venga risolto? E' non farne una tragedia.

In questi giorni in parecchie famiglie si alza il “termometro” della tensione: sono arrivate le pagelle del primo quadrimestre. E a volte sono sgradevoli e dolorose. La prima conseguenza è l'acutizzarsi delle preoccupazioni. A volte anche dei contrasti. Ed è forte l'idea o l'impulso di fare una bella sgridata al figlio con la pagella condita di quattro o di cinque. Così come è forte, nei ragazzi, la tentazione di gettar via tutto per protesta.



Una brutta pagella? Non è una frana e non è una condanna.
«Bisogna riuscire a cogliere questo momento di difficoltà scolastica, che corrisponde a brutti voti, come un campanello d'allarme. Ma non è un sos e non è una frana»: lo sottolinea Paola Scalari, psicologa e psico-pedagogista, già alla guida del Centri Età evolutiva del Comune di Venezia.

«Certo, la questione non deve lasciare i genitori indifferenti, ma deve essere letta come una difficoltà, non come una condanna. Questo è importante: anche una pagella non ottima non è la condanna di nessuno. È solo una modalità per segnalare che che c'è bisogno di intervenire affinché il risultato scolastico sia migliorato e adeguato alle competenze richieste».

Pagella con i cinque, genitori bocciati?
Primo passo, quindi, è non fare drammi: «C'è il rischio – riprende la psicologa – che sia la famiglia a sentirsi sconfitta, svalutata, giudicata, a sua volta bocciata, fino a vivere con angoscia i risultati insoddisfacenti. Con la conseguenza di mettersi contro la scuola – “Non capiscono mio figlio, i prof sono stati ingiusti, sono loro che non insegnano...” - o di essere contro il figlio: “Tu non fai niente, non sei capace, perdi tempo e non ti impegni un minimo...”. Ma si tenga ben presente: l'andare contro non risolve nessun problema; viene solo dalla paura che nasce dal sentire se stessi bocciati».

La domanda utile da porsi, da parte dei genitori, è un'altra. Paola Scalari la esplicita così: «Che cosa sta succedendo, per cui nostro figlio in questo momento, attraverso la scuola, ci sta dicendo che il suo percorso non è adeguato?».

Attraverso questa domanda si può arrivare a delle risposte e a individuare delle strategie d'aiuto: «Anche perché il più delle volte i ragazzi usano l'insuccesso scolastico come sfida familiare. E' come se dicessero ai genitori: “Se ci tenete talmente tanto alla scuola che tutto diventa scuola, su cosa posso contestarvi? Su cosa posso contrappormi? E' chiaro: sul non accontentarvi nel vostro desiderio che io sia un bravo studente”».

Quindi utilizzano la scuola come luogo della conflittualità. Accanto a ciò, comunque, ci possono essere altre ragioni che conducono alle insufficienze: «I ragazzi possono non avere acquisito un metodo di studio. Specie nei passaggi dalle medie alle superiori, quando viene chiesta un'altra competenza applicativa nello studio, la capacità di darsi un metodo è insufficiente. Ed essendo carenti nel metodo, gli studenti sono dispersivi e irregolari nello studio».

Due soluzioni: quella “alla pari” e quella “asimmetrica”.
Che fare, dunque? Due, secondo la psicologa veneziana, sono le soluzioni: «Quella che preferisco è che due ragazzi provino a studiare insieme, dandosi un metodo, dicendo a voce alta quello che hanno capito, aiutandosi... Questa pratica per cui due ragazzini della stessa classe facciano i compiti insieme si usa poco, ma è una buona soluzione, perché studiare con un altro ti dà dei limiti, dei ritmi e dei tempi».

Non è l'unica strada, però. Chi avesse deficit accumulati nel percorso scolastico può trovare utile poter disporre di un sostegno: «Non mi piace la parola ripetizioni, ma a volte è importante poter contare su uno studente universitario, per esempio, che aiuti un ragazzo più giovane a colmare le sue lacune. Questo va fatto molto precocemente, senza aspettare che l'alunno sia rimandato a settembre».
Meglio tappare le falle prima che diventino voragini; e non sempre bastano i corsi di recupero fatti dalla scuola, specie dalla scuola superiore. Conferma Paola Scalari: «Avere un sostegno individualizzato significa la possibilità di avere accanto qualcuno che ti spiega quello che non hai capito. Perché la scuola non sempre ce la fa a stare accanto a venti ragazzi con competenze diverse; perciò fa lezioni di massa, per tutti, e magari tu non hai mai appreso bene i congiuntivi l'insegnante non può fermarsi a rispiegarteli per la terza volta. Allora avere di fianco qualcuno che te li spieghi con calma e accompagnando i tuoi progressi è un bene».

Purché non sia una punizione.
Ma tutte queste forme di aiuto – ammonisce la Scalari - «funzionano bene non se sono punitive. Non può essere usata, dal genitori, la logica del “non sei stato bravo a scuola e allora ti punisco”, perché nessun adolescente collaborerebbe. Piuttosto ci si abitui a pensare e ad esprimersi così: “penso che sei bravo, penso che tu abbia una difficoltà; perciò ti do quello che posso per sostenerti in questa difficoltà».

Giorgio Malavasi


Tratto da GENTE VENETA, n.8/2017

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