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GENTE VENETA | Primo Piano | Archivio

Mercoledi, 15 Febbraio 2017

Malato di Sla morto dopo la sedazione, il parroco: «Ha chiesto "Lasciatemi andare al Padre"»


«H

a detto, con parole sue, ciò che ha detto San Giovanni Paolo II: “Lasciatemi andare al Padre”. Non è stata eutanasia: l'abbiamo accompagnato all'incontro finale con il Signore, che ha raggiunto nel sonno, senza soffrire, ma anche senza che alcuna spina fosse staccata».

Mons. Antonio Genovese, parroco di Montebelluna, spiega così la vicenda di Dino Bettamin, il parrocchiano 70enne, da cinque anni malato di Sla, morto lunedì 13 nel sonno, dopo aver ricevuto la sedazione profonda.



L'aveva chiesto lui, lucidamente: di fronte alla condizione di malato terminale, senza speranza di guarigione, e dinanzi a una sofferenza molto grande, ha chiesto di essere addormentato.

Una sedazione palliativa terminale, dunque, come si fa normalmente per i malati di cancro nella fase finale: «Dino – ricorda don Genovese - ha sempre lottato come un leone, sempre sostenuto tantissimo dalla famiglia. Sono due anni e mezzo che lo seguivo, da quando sono parroco a Montebelluna: ha sempre combattuto, ma adesso era allo stremo. D'altronde, quanto un malato terminale di cancro non ce la fa più, cosa si fa? Lo si seda. E lui ha chiesto di essere sedato. Ne era cosciente e con parole sue esprimeva il “lasciatemi andare al Padre” di papa Giovanni Paolo II. A tal punto che ha voluto essere lucido per ricevere l'unzione degli infermi, ha pregato con me e con la sua famiglia, e la sua ultima parola, insieme al sorriso che porterò con me per sempre, è stata “grazie”».

Dino Bettamin era un credente: tutta la sua vita si è fondata sul Vangelo: «Ancora l'anno scorso, pur sofferente – riprende don Genovese – veniva in chiesa, a Messa: era una testimonianza, presente sempre, pur con il respiratore: voleva venire a pregare. E ancora un mese fa, pur molto sofferente, aveva voluto venire al funerale di un suo cugino».

In questo senso la fede e la Chiesa hanno dato senso anche al tratto finale e più faticoso di una vita; lo rimarca mons. Genovese: «Perciò penso che noi – la sua famiglia e la comunità cristiana – lo abbiamo accompagnato con umanità all'incontro finale con il Padre. Dino ha combattuto la buona battaglia, ha conservato la fede e gli ho visto condividere il mistero della croce di Gesù. Quindi niente strumentalizzazioni, né da una parte né dall'altra, specie se non si conosce la storia di questa persona e della sua famiglia. Ma grande rispetto per Dino e per chi gli è stato accanto».

Giorgio Malavasi
Tratto da GENTE VENETA, n.7/2017

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