Commenti articolo Segnala pagina Stampa pagina Crea PDF pagina | Segnala su OKNotizie | Share Condividi
GENTE VENETA | Sport | Archivio

Venerdi, 10 Febbraio 2017

Beppe Bergomi nell'"arca della gloria": «Tutto iniziò in parrocchia»


D

all’oratorio Settala, quindici chilometri ad est di Milano al piano nobile di Palazzo Vecchio a Firenze. Cosa lega questi due luoghi, in realtà, così lontani e diversi?
E’ il lungo percorso, sportivo e umano di Giuseppe Bergomi, per tutti Beppe, entrato l’altro giorno, a 53 anni compiuti lo scorso 22 dicembre nella “Hall Of Fame” di tutti i tempi del calcio italiano.
Beppe, bandiera dell’Inter di cui è stato il Capitano (disputando, tra campionato e coppe, 756 partite e segnando 28 gol) e della Nazionale con cui ha giocato ben quattro Campionati del Mondo ed è stato campione del mondo a Spagna '82, è stato premiato, a Firenze, appunto, insieme ai grandi del calcio, tra i quali spiccavano Maradona, Falcao, Antognoni Tardelli ed altri.



Oggi lo Zio (soprannome datogli da Marini per i suoi baffi che, non ancora diciannovenne, lo facevano più grande di quello che era) è un apprezzato commentatore e opinionista tv per Sky Sport. La vita a 53 anni può ancora regalare tante sorprese. Anche se per lui, questo ambito traguardo, una sorpresa lo è stata fino ad un certo punto. E lui lo ammette con trasparenza.
«Non voglio apparire presuntuoso – attacca – ma me lo aspettavo, o forse ci speravo, un giorno o l’altro, di poter entrare in questo ristretto novero di calciatori, se non altro per aver avuto la fortuna di poter disputare quattro Campionati del Mondo. Non me lo aspettavo, però, che questo riconoscimento arrivasse così presto. Pensavo di dover attendere ancora qualche anno. Debbo confessare che essere assieme a nomi così grandi del calcio come Maradona, Falcao, Rossi, Tardelli e Antognoni, quest’ultimi tre, che hanno fatto con me il Mondiale a Spagna ’82, mette i brividi. Per me è stato il coronamento di una lunga carriera e di tanti sacrifici».
A Gente Veneta Beppe racconta un po’ di questa sua vita. In cui traspare una convinzione intima: l’oratorio non è stato solo il punto di partenza di una lunga cavalcata a strisce neroazzurre, ma è la base di tutto. E lui spiega perché. Ma procediamo con ordine.
A chi vorrebbe dedicare questo prestigioso ingresso?
La mia dedica va in primis alla mia famiglia, che è stato il nucleo fondamentale della mia carriera: mia madre e mio fratello, che mi sono stati vicini fin dall’inizio, ovviamente a mia moglie. Il primo pensiero, e ringraziamento, va a loro senza i quali non sarei quello che sono.
Meglio questo riconoscimento o un titolo vinto di squadra?
Non c’è nulla che valga una vittoria conquistata sul campo insieme ai tuoi compagni. La “Hall Of Fame” è, per me, un onore e motivo di orgoglio, ma nulla vale quanto un successo sul campo.
Ci racconta come è iniziato tutto?
Dall’oratorio e dalla parrocchia. Che non sono stati solo un semplice punto di partenza, ma la base di tutto, perché mi hanno insegnato a vivere quei valori che ho cercato di mantenere anche dopo, che ti accompagnano anche dopo. L’oratorio è una “palestra di vita”. Ti dà tutto senza chiedere nulla in cambio. Vivi l’amicizia, il sacrificio, l’impegno, il rispetto dell’avversario. Per me sono state le basi di una carriera, e ancora oggi, quando torno in un oratorio, magari per qualche iniziativa benefica, mi emoziono. 
Oggi vede rivivere le stesse cose anche nei suoi figli?
No. Le cose sono radicalmente cambiate. Non è più come per noi che frequentavamo l’oratorio quasi quarant’anni fa. Ma non bisogna “demonizzare” l’oggi o spaventarsi: l’importante è testimoniare e vivere i valori dell’oratorio anche fuori. Questa è la vera sfida educativa di oggi che ci chiama in causa anche come genitori.
Entrando nel mondo del calcio, gustando il successo e la notorietà, si riesce a vivere, comunque, la fede o una certa dimensione interiore?
E’ difficile, ma ci si riesce. Il calcio, inutile negarlo, ti spinge molto più verso altre dimensioni. Ma il bello della fede è proprio questo: ogni tanto arrivano dei momenti, o delle occasioni, che ti consentono di riprendere in mano le briglie della tua vita, riconquistare quello che hai perso e ripartire. Io questo l’ho vissuto diverse volte sulla mia pelle Questa ritengo la grandezza della fede: la parabola della Pecorella smarrita o del figliol prodigo posso dire di averla attraversata più volte.
E ora che ha smesso di giocare il suo rapporto con Dio com’è?
Lo ammetto: sto vivendo un momento di transizione per delle ragioni personali. A me è accaduto l’inverso di ciò che dicevo prima: da giovane calciatore ho sempre cercato di rimanere attaccato, e vicino alla fede. In questa fase mi sono un po’ perso: ma spero tanto che presto arrivi il momento in cui Gesù si farà trovare. E quello è il momento di riprendere in mano le briglie e ripartire.
Ripercorriamo alcuni momenti della sua lunga carriera: quale è stata la soddisfazione più grande?
Il titolo di campione del mondo a “Spagna ‘82”: è il massimo per un calciatore. E lo scudetto dei record 1988-89 con l’Inter di Trapattoni, dei 58 punti, quando la vittoria ne valeva 2.



Chi le assomiglia di più tra i giocatori di oggi?
Se devo fare un nome, nel mio ruolo, mi ritrovo molto in Barzagli della Juve. Anzitutto per la serietà del giocatore. Poi ritengo che abbiamo caratteristiche tecniche abbastanza simili: io forse ero un po’ più incisivo come spinta, lui più bravo di me in marcatura.
Tra i difensori emergenti, invece, su chi punterebbe?
Mi piace sottolineare la crescita di Rugani, anche lui tra i bianconeri, in prospettiva potrà dare molto.
Si dice spesso che le bandiere nel calcio di oggi sono ormai merce rara...
Io credo, invece, che da questo campionato cominci a tornare in auge la tesi opposta. Le società italiane sono tornare ad investire molto sui giocatori italiani e questo è un aspetto positivo, senza nulla togliere ai campioni stranieri. Al tifoso piace di più il calciatore italiano, lo vive con un attaccamento maggiore. Tra le bandiere c’è ancora Totti, ma penso che anche Donnarumma, De Sciglio e Bernardeschi, solo per fare qualche nome, abbiano tutte le qualità per esserlo in futuro.
Chi vincerà il prossimo scudetto?
La Juventus è ancora la favorita numero uno. Ma questo è un campionato molto più equilibrato rispetto agli ultimi. E dall’esito non scontato: Napoli e Roma non mollano un colpo. La Juve di Allegri pare non essere quella delle annate precedenti: manca qualcosa forse in difesa.  Spiace che, invece, in coda sembra essere già tutto deciso, per la salvezza e la classifica degli ultimi tre posti che decreteranno la retrocessione in serie B.
Proseguiamo in questo ping –pong tra passato e presente: che qualità esprime il nostro calcio moderno?
Rispetto ai miei tempi c’è una maggiore velocità. Velocità e qualità delle giocate sono gli aspetti fondamentali.
Abbiamo parlato delle gioie: in carriera ha attraversato anche difficoltà?
Sì, è inevitabile che queste sopraggiungono nel corso di una carriera. Penso ad esempio agli anni dopo la partenza di Trapattoni (1992-93), l’arrivo di Orrico. Io persi la Nazionale.
Capitolo allenatori: a chi si sente più legato?
Se devo fare un nome penso al Trap. Ma in diversi mi hanno lasciato un segno indelebile. Non posso dimenticare Gigi Simoni, fondamentale sul finire della mia carriera, tra i Ct azzurri avrò sempre un debito di riconoscenza verso Cesare Maldini, che mi portò al mio quarto Mondiale, dandomi fiducia e convocandomi, nonostante fossi appena rientrato da un infortunio. E, ancora, ricordo con affetto Bearzot e Vicini.
A fine carriera l’Inter non ritirò la maglia numero 2. Si è sentito tradito dalla società?
All’inizio ci rimasi male, non lo nego. Poi però ho pensato che è giusto così: i numeri dall’1 all’11 non andrebbero mai ritirati, perché, visti in modo nostalgico, rappresentano tutti i ruoli del calcio. Facchetti e Zanetti sono state due giuste eccezioni per due splendide persone. E io sono contento che altri giocatori potranno indossare la mia maglia numero 2.
Sperava in un ruolo da dirigente nel club?
Avevo iniziato a fare televisione. E quando vai in tv qualcosa paghi sempre. Ma, a onor del vero, debbo dire che l’unico che ha cercato di riportarmi all’Inter è stata la buon’anima di Facchetti, che non c’è più.
Come vede le nostre italiane in chiave ottavi di Champions League?
Il Napoli ha l’ostacolo più duro, ma, comunque andrà a finire, ci farà vedere un buon calcio. La Juventus di Allegri può passare con il Porto e, se si entra tra le prime 8, può succedere di tutto. Credo che Barcellona, Real Madrid e Bayern Monaco siano le squadre più attrezzate in chiave europea ma può davvero succedere di tutto.
Non è diventato dirigente nel suo club, non fa l’allenatore, ma ha scelto il ruolo di commentatore ed opinionista in tv per Sky: come mai?
Del dirigente ho già spiegato, ho fatto per 5-6 l’allenatore del Settore giovanile, ma poi devi fare una scelta, non puoi fare, bene, l’una e l’altra cosa. E ho scelto il ruolo di commentatore, che mai avrei pensato di essere in grado di fare, in tandem, quasi sempre, con Fabio Caressa. Il numero uno. Tra noi è nata anche una grande fiducia e amicizia.
Cosa le piace di questo ruolo?
Io ho ancora la passione di andare allo stadio e di vedere le partite. E quando commento un bel match, come Milan- Napoli di sabato sera, mi diverto molto e mi appassiono.
Quali sono gli impegni principali che deve assolvere durante la settimana?
Quello dell’opinionista e commentatore calcistico è diventato ormai un mestiere a tutti gli effetti. Sembra una banalità, ma invece così non è. Mi impegna tutti i giorni, devi essere costantemente aggiornato e ben preparato in funzione della partita che andrai a fare. Studiare cosa dicono, e fanno gli allenatori, analizzare il momento delle due squadre. E poi, in presa diretta, l’aspetto determinante è che, nel commentare la partita, devi metterci un po’ del tuo vissuto e dell’esperienza che hai maturato sul campo.
Quante dirette alla settimana?
Normalmente si commenta una partita per turno di campionato. Ma, con le coppe europee, in determinati periodi dell’anno, gli impegni aumentano in modo esponenziale. A ciò si aggiungono le dirette in studio e la partecipazioni alle trasmissioni. Il calcio di oggi non si ferma mai e anche opinionisti e commentatori devono correre.
Come commentatore ha anche avuto la fortuna di vivere in diretta il trionfo dell’Italia di Lippi a Berlino 2006.
Vero. C’è chi aspetta questo momento per una vita e non riesce nemmeno a raggiungerlo. Per me è stato emozionante vivere quella straordinaria cavalcata a fianco degli azzurri. Mi ha fatto un grande piacere. Ma ovvio non è nemmeno paragonabile all’emozione di “Spagna ‘82”, quando ero in campo.

Lorenzo Mayer      


Tratto da GENTE VENETA, n.4/2017

Inizio   Segnala paginaSegnala   Stampa   PDF