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GENTE VENETA | Opinioni | Archivio

Giovedi, 9 Febbraio 2017

Michele e Pateh: due tragiche, diverse storie di una generazione da aiutare


«S

ono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili. Troppi no. Di no come risposta non si vive, di no si muore... Io non ho tradito, io mi sento tradito da un’epoca che si permette di accantonarmi».

Lo ha scritto, con una lucidità disperata, Michele, il trentenne friulano che martedì 31 gennaio si è suicidato. La vicenda, nella sua tragicità, è un monito a tutti e a ciascuno. Il monito terribile di una generazione, rivolto alla società.

La famiglia di Michele ha voluto che l'ultima lettera del figlio venga pubblicata integralmente da un quotidiano, il Messaggero Veneto. Lo ha fatto per denunciare una situazione che ha spezzato una vita, abbattuto una famiglia e che non può ripetersi.

Ha scritto ancora questo povero ragazzo: «Ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse... Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di colloqui di lavoro inutili, stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, stufo di fare buon viso a pessima sorte e di essere messo da parte».

E infine: «Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti».

Probabilmente parole così svelano che da più parti il terreno ha ceduto sotto i suoi piedi: si parla di lavoro, ma anche di affetti e di un posto in cui stare al mondo ed essere riconosciuti. Spesso non c'è una sola causa, ma un cocktail di ragioni che spingono a gesti estremi, non giustificabili ma comprensibili.

Allo stesso modo, non si affronterà con successo il problema di alcuni giovani più fragili, ma anche di un'intera generazione, usando un solo rimedio. Perciò non basteranno – ma aiuteranno – politiche del lavoro adeguate; e non saranno sufficienti – ma saranno un grande bene – investimenti educativi per i più giovani.

Non abbiamo la soluzione. Ma ci sentiamo di dire che oggi più che mai la comunità ecclesiale e la comunità civile sono chiamate a investire tempo, intelligenza e risorse sui giovani. Affinché non si perdano, come purtroppo è accaduto a Michele.

Ugualmente, ai giovani va chiesto di coltivare la speranza, comunque. E di coltivare anche i propri talenti, con impegno, creatività e coraggio. Adagiarsi, per pigrizia o per disillusione, non risolve il problema.

La tragica vicenda di Michele ci porta poi a dire qualcosa anche su un altro tragico fatto che riguarda un giovane: il gambiano Pateh, che si è suicidato, nei giorni scorsi, gettandosi in Canal Grande.

Qualcuno ha rilevato che GV non ha dato rilievo a questa vicenda. Vorremmo precisare che ogni atto di questo tipo è tragico e non può che far esprimere cordoglio, tristezza e vicinanza. Altra cosa, però, è spingersi oltre e commentare. Delle ragioni del gesto di Pateh poco o nulla si sa; diventa scivoloso avventurarsi più avanti, anche se è certo che la condizione di profugo e il diniego alla domanda di asilo incidano. Ma analizzare e giudicare a partire dalla sola emozione non è prudente e tantomeno saggio.

A parte i quattro imbecilli, che avrebbero gridato frasi offensive e demenziali di fronte al fatto tragico – e che non meritano commento – per il resto c'è solo da rimarcare che un giovane purtroppo non c'è più.

Anzi, che due giovani non ci sono più. E già questo ci deve far fermare e riflettere. E non può che muovere alla preghiera e, insieme, ad un maggior impegno.




Giorgio Malavasi
Tratto da GENTE VENETA, n.6/2017

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