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GENTE VENETA | Detto fra noi | Archivio

Lunedi, 6 Febbraio 2017

Oggi il prete è esposto come tutti: la stima deve guadagnarsela sul campo


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n quotidiano veneto si chiede perché i settimanali cattolici siano tanto avari di commenti sul caso di quel parroco di Padova che avrebbe trasformato la canonica in un bordello, mentre spesso commentano con abbondanza di articoli questioni e casi nei quali è messa in discussione la morale cattolica. Confesso che la domanda mi ha infastidito…

E non ne vedo le ragioni, visto che questo è un settimanale diocesano e che non tace. Altra cosa è analizzare le ragioni della fatica che sta dietro il palesarsi di questa vicenda: la vergogna, la sofferenza che i fatti (ancora da verificare pienamente) provocano nei credenti e soprattutto nei preti… E comunque resta sempre vero il detto che i panni sporchi in genere si cerca di lavarli in casa propria.

Credo anche che vada posta in evidenza, senza dubbio, la bella lettera del vescovo di quel prete. Monsignor Cipolla ha parlato della triste vicenda in modo sincero e profondo, con verità.



I giornali, si sa, fanno a gara nel pubblicare notizie come quelle del prete di Padova, che solleticano la curiosità della pubblica opinione. E’ ingenuo e banale – a volte perfino presuntuoso - strapparsi le vesti e protestare di fronte all’abbondanza di questo genere di cronaca.

Oggi non ci sono più categorie di persone intoccabili, che possono godere di una sorta di privacy di fronte alla pubblica opinione: privilegio della discrezione, quando lo scandalo li riguarda da vicino. Fino a non moltissimo tempo fa il ruolo sociale del prete, unito a quel senso di sacralità che accompagnava la sua figura pubblica, una sorta di solidarietà clericale – la volontà di difendere la comunità cristiana “dallo scandalo” insabbiando eventuali gravi mancanze del clero - hanno difeso molto il prete che sbagliava dall’essere buttato in pasto alla pubblica opinione.

Nel nostro mondo veneto, un tempo contadino, la figura del prete viveva di una specie di rendita ereditata dalla cultura religiosa. La gente amava il parroco che ne condivideva la vita, disprezzava quello che usava il proprio abito come elemento di distinzione sociale. Raramente, tuttavia, eventuali malefatte del prete diventavano cronaca pubblica, socialmente diffusa.
Oggi non è più così! Oggi neppure per il prete esistono punti franchi, spazi intoccabili che possono essere tenuti segreti. Non ci sono vesti talari, clergy… ruolo sociale che possano difenderlo da eventuali scandali suscitati dai suoi comportamenti sbagliati o addirittura delinquenziali.

La sua vita – come e forse più della vita di chiunque altro – quando nel bene o nel male fa notizia, passa sotto la lente di ingrandimento dei media e viene offerta senza discrezione alla pubblica opinione.

Il prete risulta così più vulnerabile… più povero. Ma io aggiungo: più libero e più leggero! Perché “costretto” ad essere totalmente trasparente, a non nascondere nulla dietro il proprio ruolo. Non ci sono più eredità culturali che gli permettono di vivere di rendita.
Il clericalismo – quello che papa Francesco chiama “grave peccato” – gli offre a volte ancora quale piccolo diaframma di difesa, qualche parvenza di sicurezza. Ad alcuni infonde la sensazione inconfessata di essere in qualche modo al di sopra della gente comune. Ad altri fa sembrare che il mondo si identifichi con la comunità cristiana nella quale e per la quale vivono e dalla quale si sentono spesso gratificati.

La realtà è che la stima e il rispetto della gente il prete oggi deve – e dovrà sempre di più – guadagnarsela sul campo. Giorno dopo giorno. Sarà accolto e benvoluto solo per quello che vive, serve ed ama. Qualcuno mi dirà che è sempre stato così. Io sono convinto del contrario. Sono convinto che nel passato abbiano contato molto, nel giudizio sul prete, anche i simboli e le allegorie culturali che avvolgevano la sua figura.

Oggi la gente ci accoglierà se sapremo camminare con lei, mano nella mano. Se grideremo meno verità dal pulpito e saremo invece più veri. Se non avremo paura di mostrare anche le nostre ferite, le nostre debolezze, mentre cerchiamo di curare le ferite altrui.
Se, insomma, scendendo dai molti nostri piedistalli, che ormai sono diventati soltanto piccoli e scomodi mattoni, diventeremo un po’ di più preti ‘di strada’, preti della gente.

Sandro Vigani
Tratto da GENTE VENETA, n.5/2017

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