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GENTE VENETA | Mestre | Archivio

Lunedi, 6 Febbraio 2017

Quattro mamme coraggio al Centro Aiuto Vita di Mestre


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uattro gravidanze a rischio, con patologie già diagnosticate nei primi mesi, portate felicemente a termine. Sono i quattro piccoli miracoli avvenuti nel 2016 grazie all’attività del Centro aiuto vita di Mestre.



Mamme pronte, coraggiose e consapevoli di ciò che le attende. Ma la cosa curiosa è che l’idea degli esami di diagnostica complessa non convenzionati, pagati alle giovani mamme in difficoltà, parte proprio dall’organizzazione mestrina. Un servizio nuovo che aggiunge al sostegno economico, morale, psicologico e materiale «anche la possibilità alle future madri di sapere per tempo. E di prepararsi», assicura la presidente del Cav, Brunella Furegon.

Il progetto, che fornisce anche farmaci non mutuabili quando necessario, cerca di rendere consapevoli le gestanti, «ad esempio, di possibili problemi cardiaci o renali, come quelli che si sono verificati, invece, dopo la nascita di alcuni bambini negli scorsi anni».

Le quattro mamme coraggiose, rese consapevoli nella gravidanza proprio da una realtà d’ispirazione cattolica, diventano il simbolo 39esima Giornata nazionale per la vita di domenica 5 febbraio e, insieme, del 37esimo anno di attività del Centro aiuto vita, che, all’interno dei locali della parrocchia mestrina di Altobello, attiva un stostegno cucito in base alla difficoltà di ogni singola gestante. «Lavoriamo in sinergia con servizi sociali e Caritas» spiega Brunella, che coordina una ventina di volontarie tra le quali una psicologa, un’ostetrica e una puericultrice.

«Spesso sono loro a segnalarci le mamme in difficoltà. Poi decidiamo se procedere con un aiuto economico, materiale, psicologico o abitativo, per cercare di risolvere concretamente la situazione. In 37 anni abbiamo imparato che l’istinto materno trionfa sempre, anche in condizioni di gravidanze a rischio… quando si assicurano gli aiuti necessari spesso non passa neanche per la testa l’idea di abortire».

Giulia Busetto


Tratto da GENTE VENETA, n.5/2017

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