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GENTE VENETA | Venezia e isole | Archivio

Venerdi, 20 Gennaio 2017

Un veneziano a tu per tu con il Papa


P

artecipare ad una messa di Papa Francesco a Casa Santa Marta, vissuta dal vivo tra i fedeli del piccolo gruppo ammesso alla cappella papale, è un’esperienza davvero più unica che rara. Ma, ancor più incredibili, forse, sono le modalità che mi hanno portato qui, a Roma, lunedì 9 gennaio 2017.

Comportamenti che, ancor di più, dimostrano le attenzioni di questo Papa verso i suoi “fratelli” e il popolo a lui affidato. Nel febbraio 2015 avevo inviato una mail alla segreteria del Santo Padre, raccontando un po’ della mia storia, presentandomi come una persona normale, senza qualifiche particolari, e confidando il sogno di poterlo incontrare un giorno, e conoscere, partecipando a una sua messa feriale ristretta a Casa Santa Marta. Non ho ricevuto più risposta a quella mail e, senza drammi, avevo accantonato questo desiderio, pensando che il Pontefice avesse cose ben più importanti da fare, che non incontrare il sottoscritto.



A settembre dello scorso anno, però, dovendo incontrare un sacerdote che sapevo essere a stretto contatto con la segreteria della Santa Sede, all’ultimo momento ho pensato di stampare quella vecchia lettera, che ancora tenevo nella memoria del pc, così come l’avevo scritta, senza aggiornamenti, e consegnarla a mano in una busta, al mio interlocutore, pregandolo, se fosse possibile di farla recapitare al Papa. Devo dire, sinceramente, che non ci speravo troppo, in una risposta. Ma ho comunque tentato. Missione compiuta – ho pensato: ero già soddisfatto del fatto che il Papa potesse avere in mano un mio scritto. Non so descrivere, invece, lo stupore di quando, circa due mesi e mezzo dopo, una domenica pomeriggio, ho visto arrivare sul mio cellulare una telefonata da un numero schermato.

Ho risposto, e dall’altro capo del filo, mi si è presentato, in modo molto semplice e cordiale monsignor Assuntino Scotti della segreteria del Santo Padre, spiegandomi che chiamava dal Vaticano, in seguito alla mia lettera inviata al Papa. Per qualche secondo ho pensato ad uno scherzo. Invece era tutto vero. Dallo stesso monsignor Scotti ho saputo, poi, che la mia prima mail, del febbraio 2015, in realtà non era mai arrivata, probabilmente per un disguido tecnico informatico, di quelli che ogni tanto ancora capitano, anche nei tempi moderni della tecnologia e del mondo social. Poi l’invito atteso: una prima data a fine novembre, a cui però non avrei potuto partecipare per un grave impedimento personale. Niente paura, la sua promessa è stata quella che ci sarebbe rifatto vivo per fissare una data nel nuovo anno. Pensavo, tra me e me, di aver perso un’occasione che capita una volta in vita. E credevo che, nella migliore delle ipotesi, se l’incontro fosse stato ancora possibile, avrei dovuto aspettare chissà quanto. Molti altri mesi.

Invece il Papa, e il suo staff, mi hanno stupito ancora. Per la seconda volta. Ai primi di dicembre ho ricevuto un’altra telefonata: e la “convocazione” ufficiale per lunedì 9 gennaio. Subito dopo il tempo di Natale. Appuntamento alle 6.45 dall’ingresso in Vaticano del Santo Uffizio.

Quando sono uscito dall’albergo, distante una decina di minuti in taxi dal luogo dell’appuntamento era ancora buio. Roma dormiva ancora. L’ingresso è stato preceduto da controlli molto accurati, rigidi, ma senza eccessi o lungaggini esasperate. Tre controlli, prima di arrivare all’ingresso di Casa Santa Marta, dove la Gendarmeria Vaticana aveva un foglietto con i nomi e cognomi, di tutti gli ammessi alla celebrazione della Messa del Papa. La cappella è facilmente raggiungibile.

Dentro una cinquantina di persone, non di più, compresi i sacerdoti concelebranti, seduti in prima fila, e alcune suore. Papa Bergoglio, vestito coi paramenti verdi, del tempo ordinario, era da solo all’altare. Io seduto in terza fila, con Francesco a pochi metri. In chiesa non sono ammesse foto o riprese, possibili solo quelle ufficiali del Vaticano. Niente “selfie”: del resto disturberebbero la liturgia. E trasformerebbero la celebrazione e l’incontro con il Signore in un “red carpet” fuori luogo.

Un passaggio della sua omelia mi ha profondamente colpito come la sua consegna del giorno ai fedeli: «Conoscere Gesù per poterlo riconoscere – ha detto il Pontefice – e per conoscerlo non vi è altro modo che leggere un passo del suo Vangelo ogni giorno. Bastano poche righe: tre minuti, cinque al massimo. Quello è il seme che poi cresce e porta frutto nella giornata che viviamo».

La messa del Papa è del tutto analoga a quella feriale delle nostre parrocchie. Accompagnata dal suono dell’organo. Dura, compresa l’omelia, meno di un’ora.

Poi, al termine, c’è un momento altrettanto atteso da tutti i presenti: quello dei saluti e dell’incontro personale. Ma prima di questo bisogna attendere ancora un poco: il Santo Padre, prima esce dalla sacrestia e siede, tra la gente, a metà della chiesa, sostando per qualche minuto in preghiera, come un semplice fedele. Terminato il raccoglimento personale, si reca in una stanza comunicante, dove riceve e saluta i presenti.

Attendendo il mio turno, in fila, ho pensato: «E adesso, cosa posso dire al Papa». Arrivato davanti a lui, le parole non uscivano, o uscivano davvero a fatica. Lui mi ha accolto con un sorriso, stretto la mano e preso alcuni semplici doni. Poi la richiesta di pregare per lui. E un nuovo saluto. Alle 8.15, la giornata era appena iniziata, un sole tiepido riscaldava appena l’ambiente, sferzato però da un vento gelido. Mi porterò dentro l’emozione di una giornata a Roma che non dimenticherò mai.

Lorenzo Mayer


Tratto da GENTE VENETA, n.2/2017

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