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GENTE VENETA | Attualità | Archivio

Venerdi, 13 Gennaio 2017

L'avvocato degli scafisti: «Ora impongono al migrante la guida del barcone»


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uasi ogni giorno al Tribunale di Ragusa, competente per gli sbarchi in provincia, si tengono udienze di convalida dell'arresto per i sospettati di favoreggiamento di immigrazione clandestina, di lesioni o di omicidio. Per il regolamento di Dublino tutti quelli che giungono nelle nostre coste, come in quelle greche, devono essere identificati e presentare domanda di protezione internazionale, altrimenti sono soggetti ad un immediato provvedimento di espulsione.

Dall'esame delle domande da parte della commissione territoriale presso le competenti prefetture solo una piccola minoranza ha i requisiti per ottenere l'asilo, ad altri viene riconosciuta la protezione sussidiaria, mentre alcuni sono destinatari di un provvedimento di espulsione. «Gli scafisti di oggi, come in passato – dall'esperienza del penalista ragusano, l’avvocato Emilio Cintolo – sono praticamente quasi tutti dei migranti, che si pagano il viaggio guidando le imbarcazioni dei profughi oppure sono costretti a farlo con la forza e le minacce: infatti alcuni scafisti arrivano feriti per le violenze subite alla partenza. Però è difficile provare con le sole ferite lo stato di necessità, che li avrebbe costretti a guidare i barconi, per cui molti di loro vengono condannati».



Lo stato di necessità non può comunque essere invocato da chi guida le imbarcazioni dei migranti per pagarsi il viaggio, anche se sappiamo che i migranti, compresi gli scafisti, sono disposti ad affrontare tutti i pericoli, perché tornare indietro significherebbe morte certa per stenti o per mano dei trafficanti. D'altronde lo scafista ha il compito delicato di portare in salvo l'imbarcazione dei migranti, che senza la sua guida andrebbe più rapidamente incontro a naufragio. L'articolo 12, comma 3, del decreto legislativo 286 del '98 e successive modifiche, secondo quanto ci spiega l'avvocato, che in cinque anni ha difeso, quasi sempre col gratuito patrocinio, circa 150 presunti scafisti, prevede per il favoreggiamento di immigrazione clandestina, aggravato dal fine del profitto, condanne da 5 a 22 anni di carcere. Il 90% degli scafisti da lui difesi è stato condannato a pene che vanno da 5 a 10 anni e in qualche caso, per delle attenuanti, a pene inferiori al minimo.

Continuando nell'approfondimento delle questioni giuridiche legate all'immigrazione attraverso il Mediterraneo, che contribuiscono a una più completa conoscenza dei drammi umani che si consumano tra le coste africane e quelle italiane, si apprende che i profughi partenti dalla Libia, per lo più provenienti dai paesi africani, per il viaggio pagano circa 1.000 dollari, mentre per gli ormai rari viaggi di Siriani ed Egiziani, provenienti dalle coste egiziane, il costo aumenta di due tre volte.

C'è da dire che coloro che vengono identificati come Egiziani vengono rimpatriati subito in forza di un accordo con l'Egitto, perché non possono che essere migranti economici. Costituiscono aggravante in sede penale il fine del profitto, l'essere più di tre scafisti, persone trasportate più di cinque e ovviamente l'aver esercitato violenza o provocato condizioni di pericolo per la vita dei trasportati o la morte di persone, mentre le poche assoluzioni sono per lo più per errore di persona. Per il reato di clandestinità, ancora presente nel nostro ordinamento e previsto dall'articolo 10 bis dello stesso decreto legislativo, che sarebbe comunque superato dal riconoscimento della protezione internazionale, non si registrano invece condanne, dal momento che l'esistente stato di necessità dei migranti alla partenza dalle coste africane comporta quasi sempre un'archiviazione del procedimento.



«L'attuale normativa in materia di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina – conclude il legale ragusano - ben difficilmente consente al giudice di applicare una pena giusta, cioè adeguata al caso concreto ed all'effettiva pericolosità del soggetto, come prescrive la nostra Costituzione, perché le pene che comunque possono essere irrogate, anche nel minimo, restano obiettivamente alte e molto spesso non sono compatibili con il beneficio della sospensione condizionale. Soprattutto nei frequenti casi dei cosiddetti scafisti-profughi, cioè dei soggetti che scappando da torture e stenti accettano di condurre il gommone in cambio della possibilità di giungere in Europa e sperare in un futuro più degno, che, già provati da un vissuto difficilmente immaginabile, alla stregua di veri capri espiatori, si trovano, unici, a pagare un conto salato alla giustizia italiana, con buona pace dei veri responsabili, che in Africa ci hanno lautamente guadagnato e continuano a farlo alle loro spalle». (G.C.)


Tratto da GENTE VENETA, n.1/2017

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