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GENTE VENETA | Primo Piano | Archivio

Lunedi, 14 Aprile 2014

Capovilla: «Sono 79 anni che conosco Roncalli...»


«S

ono 79 anni che conosco Roncalli. L'ho conosciuto in un ritrattino apparso sull'Italia cattolica, nel 1935. Era l'annuario con gli avvenimenti e i dati della Santa Sede, delle diocesi, dell'Azione cattolica... Portava la data del '35, ma aveva tutti gli eventi del '34. E si parlava di Roncalli».
E' una fortuna poter andare così indietro nel tempo, raccontando fatti vissuti in prima persona. A poterlo fare è un protagonista, il card. Loris Francesco Capovilla.



Se il segretario entra nella pelle del vescovo... Cardinale, sì, ma è don Loris per i tanti veneziani che lo conoscono e gli sono affezionati magari già da quando, nei primi anni '40, lui era insegnante di religione in un liceo veneziano. Soprattutto è “il” segretario di Angelo Giuseppe Roncalli. In vita di Roncalli, ma anche poi, testimoniandone la grandezza di cristiano, Capovilla ha dedicato la propria vita al prossimo santo. Tant'è che lui stesso, qualche tempo fa in un'intervista a GV, riconosceva che «non sempre i vescovi hanno un segretario che entra nella loro pelle. Io credo di non aver parlato più nella mia vita con un linguaggio mio, ma con quello che diceva il mio superiore».
Nel '35, comunque, Loris Capovilla è un giovane seminarista. Ma negli anni successivi, ordinato prete, non smette di informarsi su Roncalli.
Così, quando nel 1950 mons. Roncalli, allora nunzio apostolico a Parigi, viene a Venezia, nell'isola di San Lazzaro, per una celebrazione in memoria di padre Mechitar, invitato dai religiosi armeni mechitaristi, don Capovilla gli si fa incontro.

«Mio caro don Loris...». Un po' perché è il direttore della Voce di San Marco, e deve fare un resoconto giornalistico, un po' perché il Patriarca Agostini, a Roma per un congresso, lo sollecita a portare al nunzio i suoi saluti, don Loris si avvicina al vescovo Roncalli e gli dice: «Eccellenza, sono 15 anni che io la conosco.“ Come?”, mi fa lui. E io allora gli racconto la storia del ritrattino e gli dico che ho sempre seguito la sua figura. E lui – ricordo - è stato contento».
Capovilla pubblica l'articolo sul settimanale diocesano e lo spedisce a Parigi, alla segreteria del nunzio: «Gli farà piacere, pensai. Ma non mi sognavo neanche di avere una risposta. E invece dopo poco mi arriva una lettera sua, contento dell'incontro e del resoconto, che inizia così: “Mio caro don Loris...”».
Non passa molto tempo perché le strade di Roncalli e Capovilla si uniscano definitivamente. Già il 12 novembre 1952, mentre è ancora vivente – ma molto malato – il Patriarca Carlo Agostini, il Vaticano designa mons. Roncalli al ruolo di Patriarca di Venezia. Il 28 dicembre muore mons. Agostini e il 15 gennaio successivo, dopo essere stato creato cardinale il giorno 12, Roncalli è ufficialmente promosso Patriarca.

«Venitemi a trovare a Parigi», scrive subito Roncalli al vicario generale, mons. Erminio Macacek: «Il quale – ricorda il card. Capovilla – mi manda a chiamare, per le notizie da pubblicare sulla Voce, e mi dice la sua contentezza ma anche la sua perplessità. Lui, Macacek, non era mai andato fuori da Venezia: era un uomo eccezionale, ma di quegli uomini all'antica... Diceva: cosa vuoi che vada là... E poi tutto quel traffico di passaporti...». Alla fine è il Cancelliere, mons. Agostino Ferrari Toniolo, a essere incaricato di andare a Parigi e chiede a Capovilla di accompagnarlo: «Arrivati, la prima sera, si cena con il personale della nunziatura e il nuovo Patriarca esordisce così: “Stasera parliamo solo di cose amene, domattina di lavoro”».

«Quel pretino potrebbe farmi da segretario?». La mattina dopo prima udienza, al termine della quale don Loris domanda a Ferrari Toniolo: «Monsignore, com'è andata? “Oh, che uomo straordinario – mi risponde - che meraviglia: mi ha dato subito confidenza.... E mi ha detto: Bisognerà che costituisca la famiglia patriarcale. I primi giorni terrò il segretario precedente, poi però... quel pretino là che l'ha accompagnata, monsignore, e che io ho conosciuto già a San Lazzaro, potrebbe farmi da segretario?”».
E il Cancelliere gli risponde: «E' un prete bravo, ma ha poca salute (da ragazzo Capovilla era stato in sanatorio, ndr)». “Beh – gli risponde Roncalli – vorrà dire che, se deve morire, morirà come mio segretario”.
Il racconto dell'esordio da segretario, per Capovilla, è anche segno dello stile di Roncalli: «La proposta di diventare suo segretario non me la fa lui direttamente: chiede al suo precedente segretario, un prete polacco: “Domanda – gli dice - a quel pretino se viene volentieri con me”. Ecco l'umiltà dell'uomo – commenta Capovilla - che non impone...».

I cinque anni e mezzo di Roncalli Patriarca sono stati raccontati più volte, e in forma anche molto dettagliate e acute - in libri, opuscoli, articoli e interviste - dal suo segretario. Non se ne può fare qui nuovo racconto, ma riportare solo qualche flash. Come il fil rouge che, secondo il card. Capovilla, contraddistingue tutta la figura e l'opera di Roncalli: «Al centro c'è la sapienza del cuore, cioè quell'intreccio di parola semplice, tratto amabile e dedizione costante che, a ben riflettere, traduce in azione l'insegnamento di Cristo».

Perché Obbedienza e Pace. L'umanità che fa tutt'uno con il motto che il nuovo Patriarca decide di porre sullo stemma patriarcale: "Oboedientia et Pax". Roncalli così ne spiegò la scelta a Capovilla: «Se io sono obbediente alla legge di Dio ed alle istituzioni della Chiesa, godo di grande pace. Se sono uomo di pace, sono anche obbediente». E così è stato.

Giorgio Malavasi


Tratto da GENTE VENETA, n.15/2014

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