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GENTE VENETA | Approfondimento | Articolo di riferimento

Venerdi, 18 Marzo 2011

Un viaggio per continuare quello che mio padre aveva iniziato


S

ono stato a Wamba la prima volta nel 1976, avevo 17 anni. L'esperienza fu molto intensa e decisi che ci sarei tornato se fossi diventato medico. Tornai nel 1986 dopo essermi laureato in medicina e ci tornai tante altre volte, fino al 1996, ultimo anno in cui sono stato in Africa. Non so cosa in particolare mi tenne lontano da Wamba tutti questi anni: i dubbi sul nostro impegno nei paesi del terzo mondo, i molti impegni professionali, la famiglia, non so dire.
Dopo la morte di mio padre, nel 2007, mi venne il desiderio di tornare in Africa per un viaggio che avevo chiamato "dei ricordi". Mio padre, all'inizio degli anni '70, era primario a Mestre; iniziò allora il suo amore per Wamba spinto dal suo amico e collega prof. Galeazzi di Milano. Ogni anno passava là il mese di gennaio e noi aspettavamo il suo ritorno con i racconti e gli oggetti che portava a casa. Sono andato tante volte a Wamba con lui, Carla Treccani e la fedele Lucia. Però ora rimandavo. Poi l'insistenza gentile, ma costante di Lucia e infine un sms di suor Giovanna, amica di antica data: "Vieni a Wamba, anche per pochi giorni, vorrei tanto un tuo consiglio". Un giorno di gennaio ho deciso, cancellato tutti gli impegni, parlato con mia moglie che ha condiviso la scelta e sono partito per il Kenya.
Nel tragitto che ci portava in auto dall'aeroporto all'ospedale, stanco del viaggio, mi sono addormentato diverse volte. In uno di questi sonni, sballottato dalle buche della strada, ho sognato mio padre che sorridendo mi diceva: «Mi stai facendo un gran regalo a portarmi con te di nuovo in Africa perché, sai, rivedere la mia Wamba dal basso non è la stessa cosa che guardarla da "su"». Mi sono svegliato sereno e con un senso di leggerezza: cominciavo a intuire che questo ritorno in Africa non era poi un viaggio per ricordare, ma forse per continuare.
Sono arrivato all'Ospedale e mi sembrava di non essere mai andato via. Il dott. Silvio Prandoni, l'ideatore, fondatore e anima dell'ospedale, è andato in pensione e ha scelto come suo successore la dott.ssa Julia Palao. Avevo già conosciuto Julia nel '96 e ho continuato a seguire, da lontano, il suo lavoro: è molto seria e preparata, conosce molto bene le problematiche della medicina in Africa, ma soprattutto ha un grande cuore e un'onestà rara. Ho trovato un'altra bellissima sorpresa: tre nuovi medici africani. Mi hanno fatto tutti e tre una bella impressione: seri e preparati, con molta sete di imparare e con un ottimo rapporto fra di loro. Insomma, l'ospedale sta andando molto bene.
Mi sono chiesto allora quale fosse il motivo per essere andato fino a Wamba. Mi è tornata alla mente una frase dello scrittore Erri De Luca, che dice che dai genitori si ereditano non solo i beni materiali ma anche i progetti: allora ero lì semplicemente per continuare quello che mio padre aveva iniziato.
Ma come continuare? Penso che le persone che, come me, sono andate o hanno intenzione di andare a fare del volontariato nei paesi del terzo mondo, dovrebbero innanzitutto chiedersi onestamente il motivo per cui vanno. La mia risposta oggi è che non serve trasferire la nostra realtà e i nostri modelli in Africa, bisogna immergersi nella loro realtà, saper ascoltare le esigenze e poi mettersi, con molta umiltà, a disposizione. Andare in Africa vuol dire anche saper rinunciare, a volte, alle proprie certezze e conoscenze e dare fiducia a chi in quei posti ci lavora da una vita. Dai medici locali ho imparato molto nel corso dei miei viaggi e ho visto usare anche un'arte medica non riportata nei manuali tradizionali, ma estremamente efficace. Ho anche capito che ci vuole molta organizzazione e profonda onestà, perchè in passato ho visto gettare o vendere al mercato nero tonnellate di cibo, indumenti e altri beni raccolti con tanti sacrifici nei paesi cosiddetti sviluppati; ho visto costruire cattedrali nel deserto mai abitate, demolire splendidi progetti per incompetenza e arroganza. Ma Wamba è diversa.
Le Associazioni nate per sostenere l'ospedale e tutti noi volontari dovremmo sempre chiederci e condividere il motivo della nostra scelta, scelta che io vedo ora molto chiara: essere al servizio, semplicemente al servizio di questa missione. A voi, che tanto avete già dato per questo ospedale vorrei dire che l'ospedale di Wamba e i suoi progetti per la gente del posto, le scuole, gli aiuti ai bambini e alla gente che ha bisogno, è una realtà bellissima ma è ancora presto per lasciarla andare con le sue gambe: c'è ancora bisogno di sostenere questo grande lavoro che viene fatto per l'Africa, c'è ancora bisogno di voi.

Paolo Rama
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